Scheda
biografica
Vincenzo
Pennetti
Vincenzo Pennetti nacque ad Ariano Irpino
il 6/9/1867 da padre volturarese, Gerardo, e madre napoletana,
Teresa Raimondi, morì di tifo trentatré anni dopo,
il 5/12/1900, a Napoli. Direttore della "Rivista di Diritto
Internazionale" e membro della "Società di legislazione
comparata di Parigì" frequentò la facoltà di
giurisprudenza all'Università di Napoli dedicandosi giovanissimo
alla letteratura e al giornalismo. Ancora studente, infatti, collaborò con
i giornali napoletani Il Don Marzio, Il Fortunio e La
Cronaea Partenopea occupandosi di critica letteraria e scrivendo,
firmandosi con lo pseudonimo Giorgio Ierben, da tutti ritenuto
un giovane poeta polacco o danese dal quale egli traduceva, alcuni
racconti e novelle che ebbero un discreto successo negli ambienti
letterari di quella città. Una volta ultimati gli studi
si dedicò allo esercizio della professione forense e al
giornalismo politico collaborando, questa volta con lo pseudonimo Bisturi,
con il giornale romano Il Diritto e quelli avellinesi Il
Corriere Irpino, La Provincia, del cognato Filippo De
Jorio, che diresse dal 1892 al 1893 e Il Popolo Irpino da
lui stesso fondato nel 1892 e diretto, tranne una breve parentesi
tra la fine del 1895 e la fine del 1896, fino al 1897, quando i
gravosi impegni legati alla direzione della "Rivista di Diritto
Internazionale" e allo approfondimento degli studi giuridici
per il conferimento della cattedra di Diritto Internazionale presso
l'Ateneo napoletano lo assorbirono quasi completamente.
Oggetto delle sue critiche taglienti furono lo
sperpero di denaro pubblico e la gestione clientelare degli Enti
da parte degli amministratori della Provincia di Avellino, i favoritismi,
le pressioni e le irregolarità elettorali di cui si erano
macchiati ed avvantaggiati alcuni candidati governativi in Principato
Ultra. Bersaglio principale dei suoi attacchi divennero così i
funzionari governativi locali, i prefetti chiamati via via a reggere
le sorti della Provincia (Segre, Frate, Plutino), accusati di corruzione,
abusi e faziosità, ed in particolare l'On. Michele Capozzi
(chiamato Re Michele), capo indiscusso del Consiglio Provinciale
dal 1865 al 1900, eletto per giunta nel collegio di Volturara (Comune
di origine della famiglia Pennetti in cui oltre al padre era nato
nel 1859 il fratello maggiore di Vincenzo, Giuseppe), ritenuto
massimo ispiratore e responsabile dell'immoralità e del
malcostume politico regnante nel capoluogo irpino.
In questi anni intensi e cruciali per la sua formazione
umana ed intellettuale, grazie anche alla collaborazione di tutta
una serie di amicizie e frequentazioni di assoluto rilievo culturale
e politico (P.Scoppetta, Domenico Morelli, Salvatore Di Giacomo,
Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Valentino Gervasi, l'avvocato
Pasquale Squitieri, Alfonso Ruggiero, Benedetto Croce, Michelangelo
Schipa, Francesco Pepere, Gabriele D'Annunzio, Emile Zola), promosse
la costituzione di due comitati scientifici per la celebrazione
dei festeggiamenti in onore di Francesco De Sanctis (1893) nel
decennio della morte e di Alessandro Di Meo (1894), dopo il primo
centenario della morte.
Quando la morte lo colse si apprestava a coronare
il sogno di una vita, gli era stata appena conferita la cattedra
di Diritto Internazionale presso l'Università di Napoli
dove purtroppo non insegnò mai.
LEGAMI CON VOLTURARA - Le ragioni che ci
hanno spinto a ricordare in questa sede la figura di Vincenzo Pennetti
sono, oltre naturalmente alla occasione del primo centenario della
morte, i legami che lo stesso e il resto della famiglia avevano
con il nostro paese.
A Volturara i suoi facevano spesso ritorno, specie
nei periodi estivi, per attendere alla cura di alcune proprietà sparse
anche nella vicina Sorbo e per ritrovarsi almeno per un po' con
il resto della famiglia e con gli amici di sempre.
La sua era, infatti, una ricca famiglia borghese
di Volturara che oltre all'avo di ascendenza diretta (trisavolo)
Antonio Pennetti, direttore di una delle sale dell'Ospedale degli
Incurabili in Napoli ed autore di alcuni scritti in campo medico
e filosofico e alla sorella di questi Giovanna, madre dell'annalista
Padre Alessandro Di Meo, annoverava ed ha annoverato poi numerosi
notai, medici, avvocati e sindaci.
A Vincenzo queste puntate irpine piacevano particolarmente
e non perdeva occasione, anche in compagnia di amici napoletani,
di fare continue escursioni sul Terminio e sui monti che sovrastano
Volturara rimanendo ogni volta sempre più incantato ed affascinato
dalla natura selvaggia dei luoghi e dalla bellezza del paesaggio.
Ma se Volturara rappresentò una sorta di
piacevole rifugio dagli impegni napoletani fu comunque Napoli,
quella Napoli di fine Ô800 decadente, densa di contraddizioni,
di disagi e di malessere, non più capitale di un Regno,
ma ancora memore dei fasti dei tempi passati e cosciente del prestigio
della sua Università, delle sue Accademie letterarie e scientifiche
in grado ancora di esprimere una cultura "europea" aperta
agli impulsi esterni provenienti da nuovi modelli letterari e nuove
correnti di pensiero e sempre pronta ad interagire con essi, la
tappa fondamentale di un processo di maturazione culturale in cui
il Pennetti, come del resto moltissimi altri giovani studenti,
intellettuali ed artisti venuti dalle zone interne del Mezzogiorno,
oltre al perfezionamento degli studi, compì il vero e proprio
salto di qualità nella direzione di un completo abbandono
di quella condizione, per certi versi anche romantica, diÊ chiusura
ed emarginazione intellettuale costituita appunto dalla Provincia.
In questo senso la figura di Vincenzo Pennetti è altamente
rappresentativa di una sorta di sprovincializzazione e sdoganamento
culturale che, come ha giustamente osservato Giuseppe Galasso nella
sua introduzione al saggio di Maria Gabriela Chiodo Intellettuali
in Provincia, passava da secoli per forza di cose attraverso
la sperimentazione da parte di quella che sarebbe poi diventata
la futura classe intellettuale e dirigente meridionale, a volte
anche traumatica a livello interiore, di "una vita più attiva
e dinamica, come era appunto quella napoletana, dove l'ideazione,
la creatività, le novità, i temi del giorno, la scelta
dei canali e dei livelli del dibattito erano stimoli continui,
modelli che in parte venivano acriticamente subiti, in parte acquisiti,
sintetizzati ed adattati alla lentezza e monotonia dei ritmi della
periferia che, al di là della imitazione e ripetitività delle
loro espressioni, avevano pur sempre una loro specificità locale
ed una loro originalità".
Cosa non di poco conto se si pensa al ruolo ed
alla valenza imprescindibile e condizionante che in questa sorta
di missione sociale ed educativa avevano, gli affetti e gli interessi
familiari, le strutture politiche, economiche e sociali della terra
di origine, l'abbandono e spesso anche il ritorno alla stessa
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UOMINI ILLUSTRI
Alessandro
Di
meo
Vincenzo
pennetti
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