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Storia

Circa la sua origine esistono diverse teorie e tra queste ve ne è una recentissima e sicuramente affascinante, basata sulle ricerche relative alla colonizzazione etrusca della Campania del prof. L. Gambardella e della prof.ssa M. Bonghi Jovino, secondo la quale Volturara sarebbe stata nell’antichità una colonia etrusca.

Tale ipotesi, (che nel far derivare il significato della radice Volt del nostro toponimo dal nome della divinità nazionale etrusca protettrice dei campi e del sesso incerto Veltha o Valtha, detta anche Veltune o Voltumna e in latino Vertumnus, indica Volturara come una delle tre città della dodecapoli etrusca della Campania, Velsu, Urina e Velka, di cui si sono perse completamente le tracce), se da un lato restituisce credibilità alle notizie fornite dalla tradizione classica, tutta concorde nel sostenere la presenza, oggi finalmente accertata, di fondazioni e colonie etrusche in Campania, in particolare nell’Ager Picentinus tra la penisola sorrentina e il fiume Sele, appare nel nostro caso del tutto priva di riscontri concreti per l’assoluta mancanza di prove epigrafiche o archeologiche che viceversa sembrano sostenere quella che rimane l’opinione prevalente la quale lascia ritenere come probabile il fatto che Volturara, insieme ad alcuni centri limitrofi, sia sorto dopo la distruzione di Sabatia, antica e potente città irpina posta a ridosso dei monti che circondano il paese abbattuta dai romani verso il 200 A.C..

Il fatto che proprio nella piana del Dragone passasse il tracciato di una importante strada romana (la Sabae Maioris) insieme al ritrovamento di numerosi reperti archeologici ed in particolare sul finire del '700 di quattro lapidi sepolcrali di epoca romana il cui contenuto è riportato integralmente in uno scritto di Pasquale Di Meo conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli conferma questa origine antica anche se le prime notizie certe, di epoca successiva, si trovano riportate dal grande annalista P. Alessandro Di Meo, che qui ebbe i natali, quando cita un documento erroneamente ritenuto del 797 d.C. ma molto più probabilmente dell’848, anno della divisione del Principato longobardo di Benevento tra Radelchi e Siconolfo. Pare, infatti, che proprio nel nostro territorio ricadessero fino al 1284, anno di nascita del Giustizierato di Principato Ultra, i confini dei due possedimenti guardati e difesi da una parte dal castello di Montemarano, dall’altra da quello di Volturara posto sul monte S. Angelo.

Compresa nella contea di Conza appartenne nel 1154 a Guglielmo di Tuilla suffeudatario di Gilberto di Balvano, successivamente fu feudo, tra gli altri, della famiglia d’Aquino (1171-1293) che annovera nel suo casato S. Tommaso e Rinaldo d’Aquino, dei Della Marra che la tennero dal 1303 sino al 1530, dei Masuccio (1595-1627), degli Strambone che furono i primi principi di Volturara (1630-1749) e sotto il cui dominio il paese soffrì duramente, ma meno che altrove, i gravissimi effetti della pestilenza del 1656 che fece ovunque un gran numero di morti, dei Cattaneo principi di Sannicandro ed infine della famiglia Berio di nobili origini genovesi (1751-1819).

Le vicende legate a quella breve ma intensa esperienza segnata dalla nascita e fine della Repubblica Partenopea con tutte le note conseguenze che attraverso momenti anche drammatici portarono all’affermazione dello Stato Unitario videro sempre il paese recitare un ruolo di primo piano per la sorte degli scontri politici in ambito provinciale, come dimostrano la grande rivolta antigiacobina del febbraio 1799, l’attività, durante i moti del 1820, della vendita carbonara denominata "L’invincibile Costanza", i numerosi perseguitati e sorvegliati politici del 1848 e la sollevazione popolare antisabauda del 7 aprile 1861.

In questo periodo Volturara godeva anche fama di essere paese turbolento e pericoloso per essere, data la natura montuosa ed inaccessibile dei luoghi, rifugio sicuro delle numerose bande armate (Rinaldi, Calderone, Laurenziello, Cicco Cianci, Pagliuchella) che imperversavano nella zona. Fu questa la ragione per la quale sin dal 1806 vi fu stabilita una sede della Real Giudicatura e dal 1817 fino al 1920, quando la pretura dopo vari tentennamenti fu definitivamente trasferita a Chiusano, il capoluogo di mandamento per l’amministrazione della giustizia con annessi i comuni di Salza Irpina, Sorbo Serpico e Santo Stefano del Sole poi passato al mandamento di Atripalda. Nel 1935 ospitò la grande adunata delle camice nere destinate in Africa Orientale e nell’anno successivo, al comando del principe ereditario Umberto di Savoia, sfilarono nella piana del Dragone, già campo di aviazione della aeronautica italiana, le truppe impegnate nell’ambito delle grandi manovre militari dell’Irpinia. Alla rassegna che segnava la fine delle esercitazioni assistettero le massime autorità militari e civili del tempo, il re-imperatore Vittorio Emanuele III, il duce Benito Mussolini, l’ambasciatore della Germania Von Ribbentrop, il ministro degli esteri del Giappone e quasi tutte le autorità del corpo diplomatico accreditate presso il Governo italiano.

A ricordo di questo avvenimento, sul luogo di osservazione ora detto "Toppolo reale", fu collocata una stele monolitica di pietra nera del Trentino su cui venne incisa una epigrafe dettata dal Prof. A. De Marsico. Proprio in questi anni si tentà di dare una soluzione ai tre problemi fondamentali che avevano segnato fortemente fino ad allora la vita e l’economia del paese. Innanzitutto la secolare vertenza demaniale col comune di Montella, iniziata nel 1809, che mise finalmente fine alle dure battaglie legali sulla promiscuità territoriale dei demani che ab immemorabile legava i due comuni; poi la bonifica del Dragone, con i suoi allagamenti e con il fenomeno dell’acqua stagnante spesso cagione di infezioni malariche, vera e propria spada di Damocle pendente sul capo della popolazione residente; infine la viabilità che faceva uscire il paese da un isolamento millenario.

Durante la II guerra mondiale Volturara subiva per due volte consecutive (22 e 23 settembre 1943) un massiccio bombardamento aereo americano che fece 43 morti e distrusse completamente il 30% circa delle abitazioni. Danni ingentissimi ha prodotto anche il recente terremoto del 23 novembre del 1980 che ha menomato in modo significativo la ricchezza di un patrimonio storico ed architettonico di sicuro interesse ma che, pur tra le innumerevoli difficoltà legate al criterio di recupero post-sismico dell’originario impianto urbanistico, si segnala comunque, insieme ad un territorio tra i più belli della Campania, famoso per le sue attrazioni paesaggistiche, naturalistiche ed ambientali, con la sua spiccata vocazione turistica per essere da tempo meta apprezzata di soggiorno oltre che di escursioni e gite domenicali.
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